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Riversamento Super 8 su DVD

Riversamento

8mm e Super 8 su DVD


Pellicole Cinematografiche Super 8 e 8mm su DVD

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Non scordare i tuoi ricordi in un cassetto
 


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Super 8

 
Il formato cinematografico Super 8 mm (leggi: super 8 millimetri) .

Più comunemente detto Super 8, venne introdotto dalla Kodak nel 1965, quando il mercato del "cinema in casa" era ormai in fortissima espansione in tutto il mondo. Quasi ovunque operatori dilettanti si impegnavano a girare i loro film, sia a soggetto, sia puramente descrittivi delle loro vacanze o di avvenimenti pubblici. Molto famoso è il filmato con cui Abraham Zapruder riprese, con la sua cinepresa 8 mm, l'assassinio di JFK a Dallas.

L'8 mm (detto anche "Doppio 8", perché la pellicola era in realtà una 16 mm e veniva tagliata longitudinalmente dopo lo sviluppo) utilizzato sino a quel momento, forniva risultati egregi, ma non era di facile impiego. Il caricamento del film era manuale e doveva avvenire all'ombra o, ancora meglio, al buio. Richiedeva, inoltre (proprio perché la pellicola era in realtà a 16 mm), un doppio caricamento della cinepresa. Per questa ragione la Kodak iniziò a pensare di introdurre un nuovo formato di più facile utilizzo. I dirigenti della casa di Rochester individuarono due linee guida: il nuovo formato doveva essere contenuto in caricatori (oggi le definiremmo "cartucce"); doveva impiegare in modo più razionale lo spazio disponibile sulla fettuccia di pellicola (sempre larga 8 mm).

Nacque così il "Super 8 mm" (aprile 1965). Rispetto all'8 mm le perforazioni erano più piccole, così da far guadagnare spazio al fotogramma (circa il 50% più grande: 5,36mm x 4,01mm contro 4,37mm x 3,28mm del formato precedente) e lasciare spazio per la colonna sonora magnetica (inizialmente la pellicola Super 8 venne però commercializzata in caricatori senza pista magnetica). Nei caricatori con pista magnetica (proposti al mercato solo qualche anno dopo) entrambi i lati del film ospitavano una sottile striscia di nastro magnetico, rispettivamente di 0,8 e 0,45mm. La prima (pista principale) era destinata a ospitare la colonna sonora; la seconda (pista secondaria), che in origine era solo una "pista di compensazione" (aveva cioè lo scopo di evitare che lo spessore della pellicola fosse diverso sui due lati), venne in seguito usata come seconda pista audio stereo (in tal caso destinando la prima al canale sinistro, la seconda al canale destro di una registrazione stereofonica) o come pista supplementare per montaggi sonori (quando vennero messe in vendita cineprese in grado di registrare il suono in presa diretta sulla pista principale).

Con questo nuovo formato inoltre la Kodak standardizzò la ripresa a 18 ft/s (fotogrammi al secondo). Col precedente formato 8 mm le riprese venivano invece solitamente effettuate a 16 ft/s (la velocità di 18 ft/s era standard solo per le cineprese Bolex Paillard).

Sempre col formato Super 8 la Kodak decise di non mettere in commercio pellicole invertibili a colori tarate per due diverse temperature di colore della luce, luce diurna e luce artificiale di tipo A, come accadeva con le pellicole 8mm, ma solo per luce artificiale di tipo A. Le cineprese Super 8 dovevano perciò essere dotate di un filtro di correzione cromatica color ambra che consentisse le riprese anche in luce diurna.

Il caricatore Super 8 progettato dalla Kodak aveva però due difetti. Il primo era dovuto al pressore, destinato a tenere fermo il film sul piano focale durante il funzionamento della cinepresa, che era stato incorporato nel caricatore, ed era di plastica. In tutte le cineprese prodotte sino a quel momento, di qualunque formato esse fossero, il pressore era in acciaio ed incorporato nelle stesse: ciò assicurava un'assoluta costanza nella resa e nella stabilità della messa a fuoco. Il secondo era dovuto al fatto che il caricatore non consentiva alla cinepresa di svolgere la pellicola a ritroso, rendendo così impossibile la dissolvenza incrociata. Solo quest'ultimo fu in seguito superato dall'ingegnosità dei progettisti di cineprese.

I difetti insiti nel caricatore Super 8 vennero eliminati dalla Fujifilm col caricatore Single 8, che non ebbe però la stessa fortuna del Super 8. Infatti i fabbricanti di pellicole, salvo appunto la Fujifilm, adottarono il sistema Super 8.

Nonostante i difetti progettuali di fondo che ne hanno certamente limitato le prestazioni, il Super 8 è un formato comunque molto usato ancora oggi. Dopo un periodo di relativo oblio, causato dall'avvento delle telecamere per uso amatoriale, dalla seconda metà degli anni '90 il Super 8 è stato oggetto di una vera e propria rinascita. Attualmente la Kodak fornisce molte pellicole, invertibili, negative, in bianco e nero e a colori. Esso viene adoperato, oltre che da vari cineamatori evoluti, da molti cineasti per produzioni indipendenti a basso costo, ma soprattutto per videoclip, filmati pubblicitari o scene d'azione ove l'operatore ha bisogno di una macchina piccola ed agile.

Adoperato in modo professionale costituisce una valida alternativa all'uso del 16 mm, anche considerando che la risoluzione del fotogramma Super 8 rimane superiore a quella di un segnale televisivo, pur se ad alta risoluzione. Ciò consente di girare in Super 8 e poi di riversare su nastro o DVD conservando il calore e la qualità di un master su pellicola, senza però sostenere gli alti costi pretesi dal 16 mm o, ancor peggio, dal 35 mm.

Il formato cinematografico doppio super 8 costituisce una versione particolarmente evoluta del super 8 millimetri, nato per ovviare ai limiti costruttivi del caricatore super 8 mm, ed immesso sul mercato alcuni anni dopo questo formato.

Può essere considerato come la sintesi tra il vecchio doppio 8 mm ed il super 8 mm. Del primo adotta il caricamento manuale e la necessità del ribaltamento della bobina dopo aver impressionato la prima metà della pellicola; del secondo, le dimensioni del fotogramma e delle perforazioni. Al pari del doppio 8 mm, inoltre, il pressore della pellicola è parte integrante della cinepresa. La resa di questo formato è elevatissima, quasi uguale a quella del 16 mm.

Attualmente, in doppio super 8 è disponibile una emulsione invertibile in bianco nero (la Fomapan), ed una invertibile a colori (Kodachrome 40), che ha preso il posto della Kodachrome 25, uscita del tutto di produzione qualche tempo fa.

Da Pedro Almodovar e Nanni Moretti a Brian De Palma, Abel Ferrara e David Lynch. Ma anche Emir Kusturica, Dario Argento, George Romero, Pupi Avati. I grandi autori di oggi, quelli dal tocco inconfondibile, sono tutti cresciuti con il super8 e gli altri formati amatoriali. Negli anni '70 era quasi una tappa obbligatoria per gli aspiranti registi privi di enormi risorse economiche. Fare cinema diventava accessibile a tutti: con pochi risparmi si apriva infatti il mondo delle cineprese amatoriali vendute nei mercatini dell'usato.

Nanni e gli altri: primi sguardi in super8
Nanni Moretti, a vent'anni, sacrifica la collezione di francobolli per una Canon Super8, con la quale gira il suo primo cortometraggio, La sconfitta (1973). Tre anni dopo se ne serve per il suo primo film Io sono un autarchico. Grazie al gran successo nei cinema d'essai della capitale, e alla benedizione della critica , Moretti conquista l’accesso alle sale ufficiali. Un po' lo stesso percorso di Almodovar. Siamo in pieno franchismo, la dittatura chiude le scuole di cinematografia, il giovane Pedro fa per conto suo realizzando vari corti amatoriali con mezzi di fortuna. Poi, nel 1980 gira in 16 mm il suo primo lungometraggio Pepi, Lucy, Bom. Il consenso nei festival gli permette il grande salto e il film viene "gonfiato" in 35 mm per la proiezione nei cinema.

Il cinema in ‘prima persona singolare’
Ma negli anni '70 il super8 non è solo il regno delle giovani promesse. Già prima, con l’8 e il 16 millimetri, era diventato lo strumento privilegiato del cinema sperimentale e underground. Film poveri di mezzi, ma ricchi di idee rivoluzionarie. Come quelle teorizzate e messe in pratica da Stan Brakage in America fin dagli anni ‘60. Il guru dei filmini amatoriali le chiamava opere "in prima persona singolare". Forme di espressione libera e indipendente: a bassissimo costo e soprattutto emancipate dalle regole imposte da Hollywood. Da noi, sulla stessa lunghezza d'onda, si muoveva Alberto Grifi, anarchico manipolatore di immagini, il padre spirituale di Blob che è stato appena celebrato a Venezia.

Ecco il video, addio vecchie pellicole
All'inizio degli anni Ottanta, però, il magico mondo del super8 subisce un tracollo improvviso. Inghiottito in un baleno dall'avvento del video, un supporto meno poetico ma senz’altro più economico e pratico. Oggi poi, che il digitale è entrato nelle case di tutti, le pellicole amatoriali sopravvivono solo nell'ambito di un cinema di nicchia. Il superotto o l'8 millimetri, ormai quasi introvabili sul mercato, diventano materiale d'archivio. E’ il classico esercizio di Found footage, ossia riciclaggio, montaggio di un film con il girato di altri. Autocompiacimento nel mostrare vecchie pellicole sbiadite e rigate. La filmografia è sterminata. Ma le opere in cui il filmino amatoriale è protagonista si contano sulle dita di una mano.

Due piccoli capolavori
Solo di recente due piccoli capolavori hanno riportato in auge il genere: Una storia americana di Andrew Jarecki e Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.
Nel primo, uscito nelle sale questo inverno e candidato all'oscar come migliore documentario, il regista americano si è servito dei filmini amatoriali girati per anni dal padre di una tranquilla famiglia newyorchese per raccontarne la storia. Un materiale sterminato per una vicenda scioccante. Il giorno della festa del Ringraziamento, mentre i Friedman si riuniscono per la cena, la polizia fa irruzione in casa. Gli agenti setacciano l’abitazione, accusando Arnold Friedman e il suo figlio più giovane Jesse di pedofilia. Un dramma documentato fotogramma per fotogramma attraverso i filmini amatoriali.
Un’ora sola ti vorrei è invece il commovente omaggio personale di una figlia a una madre quasi sconosciuta, morta suicida quando la prima aveva solo sei anni. La cineasta Alina Marazzi ha ritrovato nell'archivio della famiglia materna (gli Hoepli, alta borghesia italo-svizzera) metri e metri di pellicole amatoriali girate dal nonno. Le prime risalgono all’inizio del secolo. Grazie a queste scopre lei stessa e ricostruisce, unicamente attraverso il materiale filmato, la vita della madre Liseli. “Liseli Marazzi Hoepli – scrive Silvia Colombo nella recensione di Kataweb Cinema - domina l'inquadratura traballante dei filmati con la presenza di una diva: bellissima, sorridente, altera, la vediamo piccolissima tra le braccia della madre (la nonna di Alina), adolescente che gioca sull'altalena, in costume da bagno al mare. Poi l'incontro con l'uomo di cui si innamora, il matrimonio, la nascita dei tre figli. Le classiche tappe che caratterizzano la vita di una giovane donna appartenente all'alta borghesia milanese i succedono una dopo l'altra fino a quando qualcosa si spezza e Liseli, preda di crisi depressive sempre più violente, inizia un calvario di cure farmacologiche e ricoveri coatti: malata di una malattia mai compresa fino in fondo dalla famiglia, provata dalla lontananza dai figli, si toglie la vita giovanissima”. Anche qui tutto è documentato dai filmini amatoriali. Ogni passaggio è reso ancora più suggestivo dalla grana inconfondibile dell'immagine, bella come certe foto sbiadite negli anni.

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